Davide Mano

                                                                     "Giacobini" di Pitigliano nel 1799

Introduzione

Lo studio che qui presentiamo intende porre l'attenzione sul fenomeno del giacobinismo toscano attraverso il caso di Pitigliano nel 1799.
Incrociando fonti di diversa natura, ricostruiremo parte del singolare contesto sociale e politico prodottosi sul finire del diciottesimo secolo nel
borgo maremmano.1
Ci soffermeremo, in particolare, sulle vicende che hanno visto coinvolti alcuni esponenti  del  giacobinismo  locale,  ripercorrendo  così  
l'esperienza  politica  da questi vissuta durante il primo periodo di tutela francese in Toscana.
Nella parabola storica dell'età rivoluzionaria, la nostra indagine rimarrà circoscritta alla sola frazione di tempo rappresentata dalla primavera
del 1799 - stagione che coincide con la prima occupazione del Granducato da parte delle armate  della  Francia  repubblicana.2   È  infatti  in  
questo  lasso  di  tempo  che  il
1   La Pitigliano di fine Settecento è un importante centro agricolo e commerciale, sede vescovile e di tribunale; conta una popolazione di
circa tremila anime. Per una storia della “contea”, cfr. G. BRUSCALUPI,  Monografia storica della contea di Pitigliano, a cura di G.C.
Fabbriziani, Ed. Martini e Servi, Firenze 1906; ANONIMO  APATISTA,  Descrizione della contea di Pitigliano, a cura di A. Biondi, 2 voll.,
Laurum, Pitigliano 2004-08. Fin dal Cinquecento, il borgo maremmano è anche “terra di rifugio” di ebrei; a fine Settecento ospita ormai una
comunità ebraica consolidata, di  circa  trecento  unità,  cfr.  R.G.  SALVADORI, La comunità ebraica  di Pitigliano dal XVI al XX secolo,
Giuntina, Firenze 1991; G. CELATA, Gli ebrei a Pitigliano. I quattro secoli di una comunità diversa, Comune di Pitigliano 1995.
2   Per un inquadramento storico generale sull'età rivoluzionaria in Italia, cfr. L’età rivoluzionaria e napoleonica in Italia (1796-1815), a cura di
C. Capra, Loescher, Torino 1978; M. BROERS, The Napoleonic Empire in Italy, 1796-1814, Palgrave Macmillan, Basingstoke - New York
2005. Per il contesto toscano, cfr. A. ZOBI, Storia civile della Toscana dal 1737 al 1848, 5 voll., Molini,  Firenze  1850-1852,  III  (1851),  pp.  
60-492;  F.  PESENDORFER, Ein  Kampf  um  die
Toskana: Grossherzog Ferdinand III 1790-1824, Verlag der Österreichischen Akademie der
Wissenschaften, Wien 1984, tr. it. Ferdinando III e la Toscana in età napoleonica, Vallecchi, Firenze  1986;  AA.VV.,  La  Toscana  nell’età  
rivoluzionaria  e  napoleonica,  a  cura  di  I.

movimento giacobino toscano si trova a operare “a viso scoperto”,3  manifestando una chiara volontà di azione.
Nel caso di Pitigliano, vedremo una piccola minoranza di filo-democratici farsi promotrice di iniziative volte ad attirarsi le simpatie dei francesi e
a orientare l'opinione pubblica. Per il breve spazio di un bimestre, una loro rappresentanza sarà presente in sede di governo locale attraverso
suoi deputati e ricoprirà il difficile ruolo di tramite con la forza occupante. Un impegno presto vanificato dall'onda infuocata della reazione.




1. “Giacobini”: un termine da spiegare

Il termine “giacobini” risulta essere il più frequente nelle fonti settecentesche, nonché quello maggiormente adottato dalla storiografia, per
definire coloro che, sulla scia della Rivoluzione francese, aderirono al modello repubblicano e tentarono di costruire una società nuova basata
su presupposti democratici.4 Anche i rivoluzionari del 1799 toscano erano conosciuti in genere con questo nome. Più precisamente,
“giacobini” è una denominazione che in Toscana, con sfumature diverse a seconda dei contesti e al ceto di appartenenza, fu affibbiata tanto
a chi manifestava  decisi  ideali  rivoluzionari,  quanto  a  chi  professava  convinzioni liberali di stampo moderato.5
L'intenso dibattito storiografico sviluppatosi, a partire dagli anni Sessanta del secolo   scorso,   intorno   alla   definizione   e   alla   
caratterizzazione   di   questo


Tognarini, ESI, Napoli 1985;   C. MANGIO,  Tra conservazione e rivoluzione, in F. DIAZ  - L. MASCILLI  MIGLIORINI  - C. MANGIO, Il
Granducato di Toscana, vol. II: I Lorena dalla Reggenza agli  anni  rivoluzionari,  UTET,  Torino  1987,  pp.  471-485;  AA.VV.,  La  Toscana  
e  la Rivoluzione francese, a cura di I. Tognarini, ESI, Napoli 1994.   Sulla prima occupazione francese,  vedasi  G.  TURI,  Viva  Maria.  La  
reazione  alle  riforme  leopoldine  (1790-1799), Olschki, Firenze 1969; seconda ed., Il Mulino, Bologna 1999, pp. 159-237; C. MANGIO, I
patrioti toscani fra “Repubblica Etrusca” e restaurazione, Olschki, Firenze 1991, pp. 189-288.
3   L'espressione è tratta da M. VOVELLE, I giacobini e il giacobinismo, Laterza, Roma-Bari, 1998, p. 95.
4   Rendere  in  maniera  esauriente  la  complessità  storica  e  politica  di  un  termine  e  di  un
personaggio tanto dibattuti richiederebbe evidentemente uno studio a sé. Ci basti qui proporne una breve sintesi, anche se potrebbe risultare
approssimativa.
5   Cfr. I. TOGNARINI, Rivoluzione e rivoluzionari in Toscana, in “Ricerche storiche”, V (1975), pp.
511-538.

personaggio,  è  indicativo  della  sua  complessa  stratificazione.6   Nondimeno,  il titolo stesso di “giacobino”, al centro anch'esso di annose
discussioni, è venuto ad assumere valenze di volta in volta differenti, a seconda di chi l'ha usato e del contesto in cui è stato menzionato.7
La problematicità del fenomeno storico del giacobinismo italiano è però da attribuire,  innanzitutto,  al  fatto  che  la  conoscenza  che  
abbiamo  di  esso  è fortemente condizionata dalla povertà delle fonti a disposizione. La quasi totale distruzione delle carte dei processi politici
tenutisi nel periodo reazionario (tra l'estate del 1799 e la primavera del 1800) costituisce una perdita inestimabile per la storia dell'età
rivoluzionaria e del movimento giacobino italiano. 8
Alla carenza di fonti si aggiunge poi una situazione molto più complicata dal punto di vista terminologico e della rappresentazione del
movimento, rispetto a quella finora descritta. Nel corso dell'età rivoluzionaria, infatti, furono adottati svariati nomi per qualificare la minoranza
che professava ideali repubblicani e collaborava con i francesi: in realtà, tra i primi repubblicani toscani furono più in voga appellativi come
“patriota”, “democratico”, “cittadino” e “municipalista”. 9
Per  contro,  l'immaginario   suscitato  dalla  terminologia  rivoluzionaria  fu ribaltato da lealisti e reazionari, che paragonarono il “partitante
francese” a un


6   Per il dibattito storiografico sul giacobinismo italiano, cfr. A. SAITTA, Spunti per uno studio degli atteggiamenti politici e dei gruppi sociali
nell'Italia giacobina e napoleonica, in “Annuario dell'Istituto Storico Italiano per l'Età Moderna e Contemporanea”, vol. XXIII-XXIV (1971-1972),
Roma 1975; F. PERFETTI, Il giacobinismo italiano nella storiografia, introduzione a R. DE FELICE, Il triennio giacobino in Italia (1796-1799):
nota e ricerche, Roma 1990, pp. 7-
56. Per una sintesi generale, cfr. M. VOVELLE, I giacobini, cit., pp. 94-102. Le maggiori figure del giacobinismo italiano sono presentate in  
Giacobini italiani, 2 voll. (il I a cura di D.
Cantimori, il II a cura di D. Cantimori e R. De Felice), Laterza, Bari 1956-1964; R. DE FELICE,
Italia giacobina, ESI, Napoli 1965. Per uno sguardo sulla letteratura giacobina, vedasi anche G. SANTATO, Il giacobinismo italiano, Utopie e
realtà fra Rivoluzione e Restaurazione, Vallardi, Milano 1990.
7   Per la questione terminologica, cfr. I. TOGNARINI, Giacobinismo, rivoluzione, Risorgimento.
Una messa a punto storiografica, La Nuova Italia, Firenze 1977.
8   La distruzione fu voluta dai francesi nel febbraio del 1801 per cancellare ogni memoria di passate discordie, cfr. ZOBI, Storia civile della
Toscana, cit., III (1851), pp. 456-457. Vedasi anche A. LUMINI, La reazione in Toscana nel 1799. Documenti storici, Aprea, Cosenza 1891,
pp.  247-255.  Sulle  fonti  salvatesi  riguardanti  i  “patrioti”  toscani,  vedasi  la  bibliografia segnalata alla nota 21.
9   “Giacobino”  era  termine  sgradito  agli  stessi  repubblicani,  che  lo  ritenevano  infamante  e “utilizzato ad arte dai loro avversari”, cfr. E.
Leso, Lingua e rivoluzione: ricerche sul vocabolario politico italiano del triennio rivoluzionaria, 1796-1799, Istituto veneto di scienze, lettere e
arti, Venezia 1991, p. 243.

“terrorista”, a un “agitatore”, a un “macchinatore” di complotti e “sussurri”. Esso fu dipinto a tinte sempre più fosche e finì per assumere le
sembianze di un essere mostruoso “infestato di massime empie e cattive” e “nemico della Santa Religione”.10
Nella sua accezione negativa, “giacobino” risulta essere la denominazione più in uso anche nelle fonti di Pitigliano, dove è rintracciata
prevalentemente in corrispondenza del periodo reazionario (luglio 1799 - giugno 1800). Nello specifico, essa è attestata con frequenza in
quelle fonti della repressione antigiacobina in cui vengono nominati fatti avvenuti durante la prima stagione repubblicana e persone
sospettate di opinioni democratiche. Il termine vi è usato esclusivamente ad deterrendum: sul finire del secolo, infatti, lealisti e reazionari ne
imposero a livello popolare un'accezione fortemente negativa, al fine di ostracizzare ogni forma di “intelligenza” e “complicità” con la Francia
rivoluzionaria.
Come ci segnala lo storico francese Michel Vovelle, durante la fase reazionaria, la “giacobineria” - banalizzazione del termine francese da
parte dei suoi avversari
- fu applicata ancora “a tutte le correnti sovversive dello Stato”, tanto da suscitare in risposta “una grande paura largamente condivisa”.11 In
un clima di sospetti e di allarmismo generale, le condanne investirono anche persone completamente estranee al movimento filo-francese.
L'idea della cospirazione giacobina venne così  sfruttata  dalle  autorità  di  polizia  per  porre  una  taglia  sulle  teste  degli oppositori  del  
regime;  servì,  cioè,  a  inasprire  ancor  più  una  situazione  già infuocata e quindi a giustificare l'intervento repressivo, in nome del
mantenimento dell'ordine e della quiete.12

10 Cfr. L. GUERCI, Uno spettacolo non mai più visto nel mondo. La Rivoluzione francese come unicità e rovesciamento negli scrittori
controrivoluzionari italiani (1789-1799), UTET, Torino
2008, pp. 189-215.
11 VOVELLE, I giacobini, cit., p. 53. Sulla reazione antigiacobina in Toscana, cfr. TURI, Viva Maria, cit., pp. 239-322; MANGIO, I patrioti
toscani, cit., pp. 289-324; PESENDORFER, Ferdinando III, cit., pp. 236-287. Sul tema della paura della “cospirazione giacobina”, vedasi  R.
MORI, Il popolo toscano durante la rivoluzione e l'occupazione francese , in “Archivio storico italiano”, CV (1947/2), pp. 127-152; DE FELICE,
Italia Giacobina, cit., pp. 291-315.
12 Ai processati fu negato tra l'altro il ricorso alla via ordinaria: le rapide condanne “economiche” si basarono spesso su deposizioni
inattendibili e su notizie infondate. Gli istituti e gli organismi preposti alla giustizia civile e criminale persero inevitabilmente di credibilità agli
occhi di un popolo sempre più disgustato dall'operato di ministri e governanti. Cfr. C. MANGIO, La polizia





2. Le fonti sui “giacobini” di Pitigliano

Le fonti sui “giacobini” conservate presso l'Archivio Comunale di Pitigliano rappresentano un caso archivistico d'eccezione. La ricca gamma di
documenti inediti  risalenti  al  primo  periodo  francese  offre  infatti  un  quadro  composito, talvolta particolareggiato, della stagione del
1799, registrando l'impatto della gestione   repubblicana   e   dell'occupazione   militare   sulla   vita   del   borgo maremmano. Le carte della
repressione antigiacobina, in prevalenza di natura processuale, arricchiscono in maniera significativa la documentazione fornendo dettagli
sulle singole figure indagate come presunti filo-francesi durante il periodo reazionario successivo. Grazie a questo variegato apparato di
documenti, è stato possibile condurre un'indagine approfondita, limitando la scala di osservazione al solo contesto pitiglianese e alla singola
congiuntura del primo periodo repubblicano.
Attraverso le carte del “Magistrato Comunitativo” si è potuto seguire l'operato dell'amministrazione pitiglianese nel corso della primavera del
1799: i resoconti settimanali continuano infatti a registrare regolarmente i provvedimenti presi dal corpo consigliare.13  Alcuni allegati hanno
rivelato petizioni e istanze portate in sede di governo locale dai deputati filo-francesi e da privati “cittadini”. 14  Anche alcuni giornali
dell'epoca (come, ad esempio, il “Monitore Fiorentino”), segnalandoci le notizie uscite dal paese, ci hanno riferito dell'eco suscitata dal caso
pitiglianese.15
Tra le fonti della repressione antigiacobina, una filza in particolare, individuata

toscana. Organizzazione e criteri d'intervento (1765-1808), Giuffré, Milano 1988, pp. 167-176; ID., I patrioti toscani, cit., pp. 289-324. La
stagione dei processi per opinione e per tumulti causò, tra le altre cose, il definitivo annullamento della “Leopoldina”, la riforma della legge
giuridica voluta da Pietro Leopoldo. Cfr. AA.VV., La “Leopoldina” nel diritto e nella giustizia in Toscana, a cura di L. Berlinguer, Giuffré, Milano
1989.
13 Il “gonfaloniere” della “Commune” di Pitigliano si firma con la qualifica di “municipalista”.
Cfr. ARCHIVIO COMUNALE DI PITIGLIANO (in seguito ACP), Deliberazioni del Consiglio 1799-
1802, carte varie.
14 ACP, Affari comunitativi dell’anno 1799, carte varie.
15 Sul giornalismo politico italiano, cfr. I giornali giacobini italiani, a cura di R. De Felice, Feltrinelli, Milano 1962. Per il caso toscano, vedasi G.
C. MORELLI, Il 1799 in Toscana. Nasce il giornalismo politico, SugarCo, Milano 1985.

nel corso di questa ricerca, ha fornito le notizie più interessanti: si tratta di un volume finora sconosciuto, intitolato “Protocollo d'Affari di Polizia
e Buon Governo”.16  Diverse carte, riunite sotto la dicitura “Affare relativo alla procedura per opinioni politiche” (tra cui lettere, indagini e
rapporti dell'autorità giudiziaria), hanno permesso di ricostruire varie fasi della delicata indagine di polizia iniziata nell'agosto  del  1799,  volta  
a  individuare  “giacobini”  e  “partitanti  francesi” presenti nella circoscrizione di Pitigliano.17  Uno dei primi documenti inseriti in questo
fascicolo registra la preziosa testimonianza di due sacerdoti della “Collegiata” di Pitigliano: i due religiosi forniscono ai giusdicenti un
dettagliato resoconto  degli  episodi  di  natura  sovversiva  e  di  “sfacciato  giacobinismo” avvenuti in paese nel corso della primavera del
1799.18
Attraverso il fitto carteggio tra il Vicario Regio di Pitigliano e il Commissario della  Provincia  Inferiore  Senese  (di  stanza  a  Grosseto),  si  è  
ripercorso,  in parallelo, l'operato dei due ministri di giustizia e si sono potuti ricavare particolari inediti riguardanti i provvedimenti di polizia
emessi contro “giacobini”, “insubordinati” e “sussurranti” della circoscrizione pitiglianese. 19
Infine, ulteriori informazioni sulle vittime della repressione reazionaria si sono desunte dai deposti dei protagonisti della stagione delle
insorgenze, attinti dal “Processo della Rivoluzione di Arezzo dell'anno 1799”, che contiene gli atti del procedimento di giustizia criminale istruito
nell'autunno del 1799 contro i capipopolo delle insurrezioni.20





16 ACP, Protocollo d'Affari di Polizia e Buon Governo e sue economiche resoluzioni, con le respettive Lettere, che li riguardano al tempo dell’
Ill.mo Sig.re Vicario Regio Gio. Anto. Chini.
17 Si tratta di un'investigazione preliminare che anticipa e prepara i processi per opinione istruiti tra l'estate e l'autunno del 1799, proseguiti
per tutto l'inverno e fino all'estate del 1800.
18 ACP, ibid., n. 12 (7 agosto 1799). Si tratta dell'arciprete Giobatta Torri e del curato Domenico Fabbri. È noto come, anche durante la
persecuzione antigiacobina, iniziata nell'estate del 1799 successivamente alla ritirata dei francesi dalla Toscana, il basso clero abbia avuto un
ruolo essenziale, collaborando con le autorità giusdicenti del governo provvisorio a individuare gli esponenti del partito filo-francese.
19 Il carteggio è conservato a Grosseto, cfr. ARCHIVIO DI STATO DI GROSSETO (in seguito ASG),
Commissario della Provincia Inferiore Senese, Anno 1799 e Anno 1800, carte varie.
20 ACP, Processo della Rivoluzione di Arezzo dell'anno 1799. La causa coinvolse più di sessanta uomini, quasi tutti di Pitigliano, e si risolse
soltanto nell'agosto del 1803, con la concessione di un'amnistia generale.

3. Il gruppo “giacobino” pitiglianese: uno sguardo sociologico

Il fenomeno del giacobinismo toscano appare ristretto a piccoli gruppi isolati, spesso operanti in semi-clandestinità. Nella Toscana di fine
Settecento, i democratici rappresentano una forte minoranza, prevalentemente composta da nomi illustri per nascita e per meriti culturali.21  
Tra loro è evidente la prevalenza di funzionari dell'amministrazione e di esponenti delle professioni liberali e del ceto più colto, a cui si
aggiunge un non trascurabile apporto popolare, soprattutto di artigiani e lavoratori dipendenti.22
Sulla loro vita e sulla loro consistenza sono pochissime le informazioni a noi note. La storiografia sul tema presenta un numero piuttosto
ridotto di studi, tra cui i più importanti sono stati dedicati ai processi politici pisani (salvatisi fortunosamente), ad alcune figure di “patrioti”
livornesi e ad un ritrovamento archivistico riguardante il caso senese.23
Da quanto emerge dagli studi di Carlo Mangio,24 i liberali toscani mostrano in genere uno spirito repubblicano moderato, una coscienza
democratica “di matrice prettamente intellettuale e teorica”. Tendenzialmente uniti nella prospettiva di un rilancio delle riforme illuminate,
rivendicano una continuità con l'eredità di Pietro



21 Cfr. TURI, Viva Maria, cit., pp. 201-224.
22 Cfr. i dati raccolti da Carlo Mangio in MANGIO, Il movimento patriottico toscano (1790-1801), in AA.VV., La Toscana nell'età rivoluzionaria,
cit., pp. 131-156; ID., I patrioti toscani, cit., pp.
264-271.
23 Per Pisa cfr. M. MONTORZI,  I processi contro Filippo Mazzei ed i liberali pisani del 1799 (ragguagli bio-bibliografici su un ritrovamento
archivistico), in “Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno” X (1981), pp. 53-80;  C. MANGIO,  I patrioti pisani. Primi
risultati di un'indagine sugli atti dei processi “per attentati contro la sovranità ed ordine pubblico” del 1799-1800, in “Bollettino storico pisano”,
LI (1982), pp. 147-178. Per il caso livornese cfr. C. MANGIO, Politica toscana e rivoluzione. Momenti di storia livornese. 1790-
1801, Pacini, Pisa 1974, pp. 225-230. Per il senese cfr.  F. PISELLI, “Giansenisti”, ebrei e “giacobini” a Siena. Dall'Accademia ecclesiastica
all'Impero napoleonico (1780-1814), Olschki, Firenze 2007, pp. 122-136. Altri casi minori studiati includono Portoferraio e Pistoia, cfr. C.
FRANCOVICH, Massoni e giacobini all'isola d'Elba durante l'occupazione francese, in ID., Albori socialisti nel Risorgimento. Contributo allo
studio delle società segrete (1776-1835), La Nuova Italia, Firenze 1962, pp. 99-119); R. BARDUCCI, Politica e amministrazione a Pistoia nel
1799, in La Toscana e la Rivoluzione francese, cit., pp. 237-260.
24 Cfr. in particolare MANGIO, I patrioti toscani, cit., pp. 272-288, dove l'autore affronta anche la problematica della differenza fra democratici
e moderati. Cfr. in proposito anche I. TOGNARINI, Orientamenti politici e gruppi dirigenti nella Toscana di fine '700, in Il 1789 in Toscana. Il
granducato  al  tempo  della  rivoluzione  francese,  “Annuario  dell'Accademia  Etrusca  di Cortona”, XXIV (1989-90), Cortona 1990, pp. 253-
266.

Leopoldo:25 tra le loro fila, si riconoscono infatti alcune figure della passata stagione lorenese (tra cui diversi funzionari ex-leopoldini).26
Appaiono anche altri esempi di riformisti imbevuti della filosofia dei Lumi, ma cresciuti politicamente durante il regime più conservatore di
Ferdinando III (1791-99).27
Il gruppo di Pitigliano sembra per molti versi confermare questo quadro generale,  seppur  con  qualche  nota  atipica. Attraverso  fonti  di  
diversa  natura, abbiamo ricostruito una sociologia del movimento democratico locale, prendendo come traccia iniziale i maggiori soggetti che
si trovarono inquisiti, tra l'estate del
1799 e la primavera del 1800, per opinioni politiche. Su un insieme di quarantuno presunti “giacobini”, abbiamo ritenuto rilevanti soltanto i
nomi dei soggetti che ricorrono con maggiore frequenza nelle fonti e a cui viene accordata particolare evidenza (ad esempio, attraverso la
minuziosa caratterizzazione che di essi viene data). La dozzina di soggetti selezionati si riferiscono, con ogni probabilità, a figure di spicco del
“partito francese” pitiglianese; per una realtà relativamente piccola e marginale come quella di Pitigliano, possono ritenersi un campione
significativo.
Tra i repubblicani della prima ora prevalgono sicuramente gli esponenti delle professioni liberali e del ceto culturalmente più privilegiato: in
primis troviamo i notai Francesco Saverio e Pietro Antonio Ciacci, il medico Cosimo Gherardi e l'agrimensore Santi Petruccioli. Vi si attestano
in ruoli di influenza anche alcuni impiegati  pubblici,  come  il  camerlengo  della  comunità  Natale  Pavolini,  il

25 Sul governo del “principe filosofo” (1765-1790), cfr. A. WANDRUSZKA,  Leopold II. Erzherzog von Österreich Grossherzog von Toskana
König von Ungarn und Böhmen Römischer Kaiser, voll. 2, Verlag Herold, Wien-Munchen, 1963-65 (tr. it.  parziale in Pietro Leopoldo. Un
grande riformatore, Vallecchi, Firenze 1968); L. MASCILLI  MIGLIORINI, L'età delle riforme, in F. DIAZ - L. MASCILLI   MIGLIORINI   - C.
MANGIO,  Il Granducato di Toscana, cit., pp. 249-421. Sulle politiche  leopoldine  in  Maremma,  cfr.  D.  MARRARA, Storia  istituzionale  della  
Maremma senese, Meini, Siena 1961. Vedasi inoltre P. LEOPOLDO  D'ASBURGO  LORENA, Relazioni sul governo della Toscana, a cura di
A. Salvestrini, 3 voll., Olschki, Firenze 1974.
26 Spesso e volentieri, l'universo ideale di questi “novatori” appare orientato verso un rilancio del progetto di riformismo illuminato, piuttosto
che in direzione di una rottura rivoluzionaria vera e
propria. Su questo argomento dibattuto, cfr. M. LUZZATI, Orientamenti democratici e tradizione
leopoldina nella Toscana del 1799: la pubblicistica pisana, in “Critica Storica”, VIII (1969), pp. 466-509; I. TOGNARINI, Rivoluzione e
rivoluzionari in Toscana, cit.; MANGIO, I patrioti toscani, cit., pp. 272-288.
27 Sulla scia degli eventi rivoluzionari francesi e in seguito alle misure persecutorie messe in atto contro  di  loro  da  Ferdinando  III,  si  
accende  il  conflitto  con  la  monarchia  lorenese.  Cfr.
PESENDORFER, Ferdinando III e la Toscana in età napoleonica, cit., passim.

doganiere Lorenzo Ottavi e la guardia Giuseppe Spampani. Il gruppo dei commercianti e dei bottegai di paese è rappresentato dallo stesso
Pavolini e dal mercante ebreo Abramo Camerino, forse i due personaggi più notoriamente “giacobini” in paese.28
Un dettaglio interessante riguarda la loro provenienza geografica: a fronte di una maggioranza di locali vi è una piccola ma significativa
rappresentanza forestiera,   costituita   da   funzionari   pubblici   e   professionisti   installatisi   in Maremma. Abbiamo così un originario
dell'Isola d'Elba (Natale Pavolini) e un nativo di Arezzo (Cosimo Gherardi).29
I dati più atipici registrano, invece, la partecipazione di alcuni artigiani: si tratta, in particolare, dei due sarti Antonio Conti e Vitale Camerino,
figlio di Abramo. Anche se con minore chiarezza, è sospettata infine la presenza di alcune donne (torna in particolare il nome di Maria
Domenica Mariani) e di un sacerdote (Tiburzio Fabbriziani).
Singolare è infine la relativamente scarsa presenza di ebrei. Solo il nominato Abramo Camerino ritorna in maniera significativa nelle fonti,
tanto da essere elevato a personaggio di sintesi: per certi reazionari, egli rappresenta la prova evidente della propensione filo-repubblicana
di tutti gli ebrei pitiglianesi. Solo un altro ebreo viene segnalato in qualità di inquisito per opinioni politiche: si tratta di David Servi, giovane
mercante sulla cui identità non siamo però riusciti a scoprire molto.
In estrema sintesi, dai dati raccolti risulta chiaramente come i maggiori esponenti del giacobinismo pitiglianese facciano parte di una fascia di
trentenni appartenenti alla borghesia locale emergente e più acculturata. Tra le loro fila non manca, tuttavia, la significativa presenza di
giovani (come il diciottenne Vitale Camerino o i ventenni notai Ciacci). In posizioni influenti troviamo attivi anche

28 Il Camerino verrà percosso a morte durante la reazione e sarà l'unica vittima pitiglianese dei tumulti del 1799. Il Pavolini, percosso
anch'egli nella stessa occasione, se la caverà con alcune ferite; dovrà tuttavia patire una lunga carcerazione che comprometterà gravemente
la sua salute e manderà in rovina i suoi affari.
29 Va ricordato che Pitigliano è terra di confine che, per tradizione, ha sempre accolto entro le sue mura una molteplicità di persone
provenienti da altre parti del Granducato o estere (soprattutto dai territori dello Stato Pontificio). A fine Settecento, sappiamo alto il numero
dei lavoratori stagionali invernali, che fanno aumentare la popolazione del paese di qualche centinaia.

degli adulti, in genere benestanti, del ceto mercantile e degli uffici governativi

(come i quarantenni Abramo Camerino e Natale Pavolini).

In rapporto ai dati raccolti sulla sociologia del giacobinismo toscano, il caso di Pitigliano viene a confermare dunque la prevalenza di figure
acculturate, che ben si spiega tra l'altro nel contesto preminentemente agricolo in cui il borgo è situato. Come abbiamo visto, spiccano però
anche alcuni elementi atipici che indicano la presenza di artigiani e altri soggetti del mondo popolare, tra cui alcune donne e un sacerdote. La
quasi totale mancanza di ebrei pone, infine, dei  dubbi in merito alla loro effettiva partecipazione al movimento; ciononostante, l'unico ebreo
segnalato per opinioni politiche viene anche indicato come il più “sfacciato giacobino” di tutto il paese.30




4. La breve stagione repubblicana a Pitigliano

La  congiuntura  storica  della  primavera  del  1799  rimanda  a  un  momento epocale  nella  storia  del  Granducato:  a  fine  marzo,  le  
truppe  napoleoniche assumono direttamente il governo della Toscana, in nome della Repubblica francese, e nelle maggiori città toscane
vengono formalmente installate delle municipalità.31  Un grande sconvolgimento investe l'organizzazione statale toscana e il sistema politico
tradizionale. Il clima è teso e il pericolo di sommosse e fermenti popolari è alto e molto temuto in ogni angolo della Toscana.
Pitigliano è la prima città della Maremma ad erigere l'albero della libertà.32  Un gruppo di simpatizzanti democratici promuove per il 4 aprile
l'innalzamento dell'albero repubblicano sulla piazza principale (Piazza della Fonte): la celebrazione  vede  tra  l'altro  un  discorso  di  
propaganda  repubblicana  fatto  al popolo, l'abbattimento dei vecchi simboli granducali posti sui luoghi principali del

30 Sul dilemma vissuto dalla comunità ebraica nel 1799, avremo invece modo di ritornare in maniera approfondita più avanti.
31 La prima occupazione francese della Toscana si riferisce al periodo che va dal 24 marzo (giorno dell'entrata delle truppe francese a
Firenze) al 16 luglio 1799 (giorno dell'occupazione di Livorno da parte delle armate aretine del “Viva Maria”).
32 Cfr. R. PIANA, Grosseto e la Maremma dalle insorgenze al Regno d'Etruria, tesi di laurea, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”,
Corso di laurea in Scienze Politiche, relatore

paese e una festa con elargizione di pane per i poveri.33

L'evento è anticipato da una rassicurante pastorale del vescovo di Sovana, Francesco Pio Santi, incentrata sul tema della conformità della
libertà francese ai valori cristiani e sull'importanza della sottomissione alle leggi.34 Anche il vicario regio Giovanni Antonio Chini, mediante una
circolare pubblicata sulla piazza di Pitigliano, lancia un accalorato invito alla calma e alla sottomissione, con una partecipazione mista a
preoccupazione:


Cittadini! Vi annunzio il più grande ed insieme il più interessante avvenimento. La vostra Commune, penetrata dal più vivo entusiasmo di
quella Libertà che formando ora la base del nostro governo è la vera sorgente da cui scaturiscono le virtù tutte che formano l'uomo onesto e
dabbene, ha decretato di istallarne oggi fra voi il simbolo coll'erigere l'albero che la rappresenta. Voi ne esulterete senza meno ed io, che ho
di già esperimentata la vostra docilità, sono troppo persuaso che vi rimarrete tranquilli, non potendo riguardare un tal atto se non come la
stessa volontà e come diretto alla comune conservazione ed alla felicità generale...35


Alcuni democratici pitiglianesi, capitanati dal notaio Francesco Saverio Ciacci e dal medico condotto Cosimo Gherardi, si prestano fin da
subito a collaborare con i commissari francesi in qualità di deputati eletti. Questi si impegnano, al contempo, ad esercitare a livello locale un
attivismo di emergenza, motivato non solo  dalla  straordinaria  situazione  di  indigenza,  ma  anche  dalle  continue avvisaglie del crescente
malcontento popolare.
Il culmine della loro azione si colloca verso la fine di aprile, quando riescono a raccogliere le firme di buona parte dei notabili del paese per
richiedere l'installazione a Pitigliano di una municipalità repubblicana e la formazione di una Guardia nazionale di volontari. Il provvedimento è
ritenuto estremamente necessario, viste le precarie condizioni economiche del paese, le continue minacce sul confine romano e l'assenza di
milizia per la difesa del paese. Un senso pratico di   convenienza   sembra   avere   la   meglio   sulla   preponderante   riluttanza
33 Cfr. ACP, Affari comunitativi dell'anno 1799, 612rv; ibid., Deliberazioni del consiglio 1799-
1802, 13r-16r.
34 Cfr. Il Monitore Fiorentino, 9.IV. 1799, n. 13.
35 Ibid.

antirepubblicana,  tanto  da  istigare  i  notabili  pitiglianesi  a  sottoscrivere  la petizione, professando la loro sottomissione all'invincibile
Repubblica francese.


Libertà Eguaglianza. Il dì 29 germinale Anno 7° della Repubblica Francese. Ardentemente desidera il popolo della vostra Commune, o
cittadini, che prendiate nella più seria considerazione tutto ciò che può arrecare un permanente vantaggio alla Comune medesima ed al
maggior bene della libera nostra Nazione. Gli oggetti che chiede ora che cadino sotto il vostro esame come vi contestano le firme che
abbiamo la gloria di presentarvi, si riducono ad una petizione da farsi avanti il Commissario  del  Governo  Francese  d’erigere  questa  
Comune  in  Municipalità, subito che abbia già egli decretato che una sola municipalità esser deva in questa Provincia e che resti essa
collocata nella troppo da noi remota città di Massa Marittima.  Quanto  sia  urgente  la  causa  di  questa  petizione  basta  solo  che
consideriate la località per persuadervene. E desidera il popolo medesimo per la quiete interna di vedere qui formata una Guardia nazionale,
lo che dimostrando vieppiù lo spirito patriottico, è da lusingarsi che non possa essere che accetta la dimanda allo stesso Governo Francese...
36


Per la Toscana non è previsto però un progetto effettivo di democratizzazione: la soluzione rivoluzionaria sembra essere esclusa e rigettata
dai vertici. I francesi in Toscana si presentano come una forza di occupazione, esercitando una presenza basata su rigidi calcoli militari e su
una ferrea ragion di stato. 37
Ben presto hanno inizio le confische e le requisizioni: in pochi mesi la rapacità degli occupanti spoglia delle sue maggiori ricchezze l'intera
regione, lasciando la popolazione nella fame nel momento più critico dell'anno, quello che precede il nuovo raccolto. A causa della politica
vessatoria dei francesi, molte comunità toscane restano senza risorse finanziarie, finendo per dipendere dalle tasse straordinarie richiamate
sui capitali dei grandi possidenti. La crisi viveri raggiunge livelli drammatici anche a Pitigliano: con la carestia del grano si aggravano
drasticamente le condizioni di vita delle masse popolari, già in difficoltà a causa

36 ACP, Affari comunitativi dell’anno 1799, 624rv (19 aprile 1799). La petizione, che riporta le firme di decine di paesani appartenenti alle
famiglie più in vista, verrà presa in considerazione inizialmente a Siena, ma non avrà seguito.
37 Cfr. I. TOGNARINI, La repubblica negata. La Toscana e la Rivoluzione francese, in La Toscana e la Rivoluzione francese, cit., pp. XV-CVII.

della stagnante situazione economica e dello scarso raccolto del 1798.

A maggio, sotto la minaccia di intervento armato, anche Pitigliano è costretta a fornire ingenti contribuzioni in favore delle truppe francesi
stazionate ad Orbetello.38  Continue spedizioni di grani e altre derrate in direzione di Siena e di altre località si susseguono fino ai primi giorni
di giugno.
Nel vortice di una situazione vicina ad esplodere, ai deputati pitiglianesi riesce tuttavia ancora di scongiurare momentaneamente la crisi viveri
che attanaglia il paese. Grazie al pronto intervento del commissario senese Abrâm, riescono a riscattare il grano venduto ai francesi dai
maggiori possidenti della zona ed ancora bloccato nei magazzini.39  Una conquista significativa, in linea con l'impegno di Abrâm in tema di
sussistenze, che lascerebbe pensare a un'effettiva capacità d'azione esercitata dai deputati pitiglianesi, o a una loro posizione d'influenza
nelle politiche locali e nei rapporti con Siena. Si tratta in realtà di una magra conquista dal carattere estemporaneo: le misure sempre più
opprimenti attuate dai commissari  francesi  a  cavallo  tra  maggio  e  giugno  fanno  presto  dimenticare questo piccolo successo avuto.
La prima occupazione francese influisce, in particolare, sulla vita sociale e sul dibattito pubblico: con il cambio di governo e la campagna
militare si acuisce il conflitto interno e si estremizzano i paradossi sociali. Una “tensione psicologica dominata da impotente odio e da
disorientato timore”40  s'impone via via a tutti i livelli della società, fino ad orientare la rabbia generale e a indirizzarla contro i primi
responsabili del ribaltamento - contro i francesi e i loro sostenitori locali.
Nel rigido conseguimento di una tutela militare, gli occupanti mostrano inoltre di diffidare persino dei loro stessi deputati locali, a tal punto da
isolarli e mettere a rischio la loro incolumità.
Sul finire dell'occupazione, nel pieno della crisi fomentata da Arezzo, le nuove


38 Contribuzioni soprattutto in vino, cfr. ACP, ivi, 26v-27v (1 maggio 1799).
39 ACP, Deliberazioni del consiglio 1799-1802, 29v-30r (6 maggio 1799). Sull'operato di Abrâm a Siena, cfr. G. CHIRONI – L. NARDI, Siena
nel 1799, in AA.VV., La Toscana e la rivoluzione francese, cit., pp. 379-420.
40 L'espressione proviene da R. MORI, Il popolo toscano durante la rivoluzione, cit., pp. 137. Sul tema della paura della rivoluzione, sebbene
dedicato al caso francese, vedasi l'illuminante e utile saggio di G. LEFEBVRE, La grande peur de 1789, A. Colin, Paris 1932; tr. it. La grande
paura del 1789, Einaudi, Torino 1973.

requisizioni imposte sui luoghi di culto hanno l'esito di infiammare ancor più il clima di ostilità nei confronti dei francesi. Ai primi di giugno,
anche la comunità ebraica pitiglianese è costretta a dimostrare la propria riconoscenza alla Grande Nazione per i pieni diritti acquisiti,
contribuendo con 17 libbre di argento, sottratte alla sinagoga.41
Gli argenti, in seguito allo scoppio della reazione antifrancese, finiranno in mano agli aretini del “Viva Maria”, il movimento sanfedista che
dilagherà tra giugno e luglio in tutta la Maremma e che anche a Pitigliano istituirà una deputazione provvisoria reazionaria. Durante la “Notte
della Rivoluzione” (16 giugno 1799) verrà abbattuto l'albero della libertà, verranno messe al sacco le abitazioni dei maggiori mercanti ebrei
del paese ed incarcerati i principali “giacobini”  (uno  di  loro,  l'ebreo Abramo  Camerino,  dovrà  subire  il  peggiore trattamento e se ne
morirà in seguito alle gravi ferite riportate).42 A restaurazione avvenuta, le autorità granducali prenderanno di mira i principali “partitanti
francesi”, compromessisi durante l'occupazione, processandoli per opinioni politiche.




5. Episodi di “sfacciato giacobinismo” a Pitigliano

Le   fonti   relative   ai   processi   politici   del   1799   accennano   spesso   a manifestazioni  in  sostegno  della  causa  repubblicana  
verificatesi  a  Pitigliano durante le prime settimane di governo francese. Diverse notizie desunte da questi documenti, e da ritenersi attendibili
in quanto confermate anche in altre fonti, ci aiutano a ricostruire una casistica “giacobina” relativa al primo periodo di occupazione francese.
Come si manifesta nella primavera del 1799 la propensione per la libertà repubblicana e quali episodi la rende palese pubblicamente?
Il nucleo dei “partitanti francesi” pitiglianesi mostra di nutrire chiari fermenti


41 ACP, Carteggio dal 1795 al 1799, 7 giugno 1799. Cfr. anche ARCHIVIO DI STATO DI FIRENZE (in seguito ASF), Suprema Deputazione del
Governo Provvisorio di Arezzo per S.A.R., filza 9,
98v; filza 21, 4rv.
42 Cfr. ACP, Processo della Rivoluzione d'Arezzo dell'anno 1799, filza seconda, nota 68, 413v-
414r (rapporto del caposquadra Luigi Falconi, 4 luglio 1799). Cfr. anche ACP, Vicariato 1799-
1800, n. 5 (rapporto Falconi, 5 ottobre 1799).

egualitari, antiaristocratici ed antifeudali, convinzioni politiche che trovano sfogo e si concretizzano in manifestazioni sovversive che suscitano
non poco scandalo in  paese.  I  fatti  che  li  riguardano  sono  ben  noti  al  popolo,  ma  rimangono comunque un fenomeno isolato e
facilmente controllabile, per la limitata capacità d'azione patita dai loro promotori.
Troviamo, innanzitutto, diversi episodi di acceso comportamento antireligioso, con  violente  esternazioni  contro  il  clero  e  la  religione.43    
La  testimonianza congiunta dei due sacerdoti della “Collegiata” ce ne offre naturalmente molti esempi: del doganiere Lorenzo Ottavi si dice
ad esempio “che mangiasse di carne nei giorni vietati” e che “era uno dei più accaniti Repubblicani, al segno che nel passato mese di maggio
cantandosi in chiesa le litanie maggiori, quando si fu al versetto 'Regibus et Princibus' pubblicamente disse, che tutti l'avevan udito, […] e
continuamente andava dicendo dei sarcasmi e contro la religione e contro i sovrani”.44  Secondo altri testimoni, l'Ottavi avrebbe dichiarato in
pubblico che la “Santa Religione era una superstizione e la vergine Maria una P[rostituta]”, la Chiesa una “tirannide” e i preti “dei monelli”.
Anche Pietro Antonio Ciacci e Santi Petruccioli si sarebbero resi colpevoli di “massime empie”, “col dire specialmente che per convincersi che
nell’Eucaristia non vi si contenga il corpo e sangue di Gesù Cristo dovrebbero darsi delle coltellate all’ostia consacrata”.45  Il giovane notaio
Ciacci, “al tempo del Governo Francese, ritrovandosi nella Piazza in tempo che passava il Viatico”, si sarebbe rifiutato di levarsi il cappello,
“maltrattando chi lo avvertì”.46
Si registrano inoltre diversi discorsi contro il Granduca, violente accuse dai toni antimonarchici, il più delle volte professate al caffè della
piazza o alla spezieria nei pressi della “Collegiata” - episodi anche questi che risalgono ai primi giorni di governo francese. Ad esempio,
Antonio Conti (detto il Sartino) avrebbe avuto “l’audacia al principio del Governo Francese di lacerare pubblicamente la Coccarda Toscana” e
di “pubblicamente ingiuriare con infami titoli il Pontefice,

43 Sulla questione della religiosità a fine Settecento, vedasi C. GIORGINI, La Maremma Toscana nel Settecento, Aspetti sociali e religiosi,
ECO, S. Gabriele dell'Addolorata (Teramo) 1968.
44 ACP, Protocollo d'Affari di Polizia, n. 12 (processi per opinioni politiche).
45 ASG, Commissario 1799, 345r-346v.
46 Ibid., 313r.

l’Imperatore e l’Ottimo nostro Sovrano, caratterizzandoli per Tiranni”. Pietro Antonio Ciacci e Santi Petruccioli avrebbero “più volte nei luoghi
pubblici malamente inquinata la persona del Real Sovrano [...] dandole del B[aron F[ottuto]”.47  Lorenzo Ottavi si sarebbe “in ogni tempo
dimostrato il più attaccato al Governo Francese” tanto da aver più volte “ingiuriato pubblicamente col titolo di Tiranno e di Monello il nostro
Real Padrone, che diceva che meglio avrebbero fatto i Francesi di ritenerlo prigioniero in Toscana allorché l’occuparono”.
Per reati di lesa maestà risulta ancora “addebitata di maldicenza ed ingiurie verso la persona del nostro Real Sovrano e di attaccamento al
governo repubblicano, la donna Maria Domenica Mariani, suocera del detenuto Pavolini, ed  essa  pure  è  ristretta  nelle  carceri”. Allo  
stesso  modo,  sono  “addebitati  di soverchia propensione ed attaccamento al governo democratico Giuseppe Spampani, guardia di questa
dogana, il dott. Cosimo Gherardi, medico condotto imputato specialmente di aver fatto demolire le armi, iscrizioni e stemmi granducali”.48
Senza prove certe sono invece inquisiti “il canonico Tiburzio Fabbriziani e Giuseppe Serafini, ed Angelo Sadun e Giuseppe Urbini, ebrei
addebitati di aver tenuto particolar carteggio col noto Commissario Abrâm in Siena, ma tutti costoro per l’imperfezione delle prove non sono
stati ristretti nelle carceri”. 49
Tra le figure più controverse spicca quella del già nominato Natale Pavolini, possidente originario dell'Isola d'Elba, in carica come camerlengo
della comunità pitiglianese. Egli sembra conciliare una fervida passione democratica con interessi commerciali  di vasto  raggio  nel  settore
agricolo.50   Di lui si dice che tenesse relazioni con i fratelli Candelori, giacobini di Montalto (nello Stato romano), e che “dopo l’invasione della
Toscana adunasse in sua casa non solo alcuni che si mostravano partitanti del Governo Democratico, come il detto Ottavi, che seco
coabitava, il Petruccioli, il medico Gherardi, i notari Pier Antonio e Francesco


47 ACP, Protocollo d'Affari di Polizia, ivi.
48 ASG, Commissario 1799, 257rv.
49 Ibid. In altre fonti, di Gherardi e Spampani viene segnalata una presenza attiva durante la breve stagione repubblicana.
50 Il  Pavolini  viene  additato  come  “persona  che  si  suppone  sospetta,  che  è  domiciliata  in
Pitigliano, e che fa la sementa nella Capalbiese”, cfr. ASG, Commissario 1799, 257r.

Xaverio Ciacci e la guardia Spampani di questa Dogana, ma più capi di famiglia, per persuaderli ad erigere con prontezza l’Albero della
Libertà e mostrar così il maggiore attaccamento alla Repubblica, spendendosi per informato fino da gran tempo dell’allora seguita invasione”.
51  Il Pavolini è inoltre un raro esempio di “giacobino” che non rinnega la fede cristiana: i sacerdoti pitiglianesi non trascurano infatti di
segnalare la sua condotta religiosa ineccepibile, modello di assiduità e generosità: “quest’uomo dimostra di essere di vera Religione, giacché
frequenta le chiese ed i sacramenti con vera devozione e fa spesso dell’opere di pietà”.52
In sostegno di Pietro Antonio Ciacci, i due curati della “Collegiata” fanno osservare come, malgrado la sua passata adesione ai francesi, egli
abbia fatto pubblica dichiarazione di pentimento e “ora è qualche tempo che si è ravvisto e corretto, e siccome è un giovine che si lascia con
facilità condurre da gl’amici, è proclive perciò tanto al bene che al male, più per mancanza di giudizio che per altro”.53 Il Ciacci non sembra
ascrivibile a quel giacobinismo di circostanza, motivato  da meri calcoli di interessi economici e di convenienza politica. Al contrario, la sua
ritrattazione pare forzata dall'aggravarsi della sua situazione e dalla perdita dell'abilitazione notarile, a cui si aggiungono le minacce di morte e
ancora il rischio di pesanti ripercussioni giudiziarie.
Nelle stesse condizioni del giovane notaio sembra trovarsi l'interessante figura del  medico  condotto,  Cosimo  Gherardi,  anch'egli  
esponente  del  giacobinismo della prima ora, ma presto indotto a convertirsi al movimento reazionario del “Viva Maria”, fino ad arrivare a
ricoprirvi una carica in qualità di tenente. Anche in questo personaggio, molto stimato e di profonda cultura illuministica, risulta evidente la
delusione per la negativa esperienza politica vissuta sotto la tutela francese; in coincidenza della sua ritrattazione è inoltre chiara una sua
valutazione di convenienza, resa inevitabile di fronte alle minacce di morte ricevute. 54
Il  quadro  è  complesso  e  comprende  altre  figure  e  altri  episodi  di  natura


51 Ibid.
52 ACP, Protocollo d'Affari di Polizia, ivi.
53 Ibid.
54 ACP, Deliberazioni del Consiglio 1799-1802, carte varie.

sovversiva, che qui non abbiamo modo di presentare. Ma, in genere, si tratta di una casistica “giacobina” minima, che evidenzia il carattere
acceso ma estemporaneo delle manifestazioni pro-repubblicane di scena a Pitigliano durante la primavera del 1799.




6. Gli ebrei pitiglianesi nel 1799

Con lo scoppio della reazione del “Viva Maria”, la mitologia sul “giacobino” si attualizzò e acquistò nuovo vigore, questa volta soprattutto
attraverso l'idea del complotto borghese: “giacobino” divenne allora sinonimo di persona agiata, di “accaparratore”  e  “affamatore”  del  
popolo.  Di  conseguenza,  molti  furono  gli arresti arbitrari di persone facoltose, seguiti dal saccheggio dei loro beni, secondo la famosa
formula del “rubare al ricco per sfamare il povero”. In tutta la Toscana, le sommosse suscitate dal movimento sanfedista aretino, promosse a
livello locale da vari gruppi di insorgenti, finirono spesso e volentieri per diventare mere occasioni per saccheggi e  soprusi.55
A Pitigliano, come in altre località, a finire nel mirino dei reazionari furono più di tutti i mercanti ebrei, la cui unica colpa era stata quella di aver
effettivamente allargato il volume d'affari tra gli anni Settanta e Novanta, durante il periodo del riformismo leopoldino.56
Inoltre, gli ebrei erano ritenuti in linea teorica dei filo-francesi per ovvie simpatie e convergenze di idee e aspettative. Essi erano ritenuti inoltre
colpevoli di aver offerto una seppur tiepida accoglienza ai francesi. Ma, come abbiamo già accennato, questa ipotesi non sembra emergere in
maniera chiara dalle fonti che riguardano il Granducato: al contrario, la piena emancipazione offerta dai francesi


55 Cfr. TURI, Viva Maria, cit., pp. 273-278.
56 Sul periodo del riformismo e le sue connessioni con il processo di emancipazione ebraica in Toscana il riferimento principale è alle opere
di Roberto G. Salvadori. Vedasi ad esempio R.G. SALVADORI, Gli ebrei in Toscana nel passaggio dal Granducato al Regno d'Etruria, in AA.
VV., La Toscana e la rivoluzione francese, cit., pp. 475-498; ID., La condizione giuridica degli ebrei nel periodo leopoldino, in Atti del
Convegno “L'Ordine di Santo Stefano e la nobiltà toscana nelle riforme municipali settecentesche” (Pisa, 12-13 maggio 1995), Pisa 1995, pp.
247-259; ID., 1799. Gli ebrei italiani nella bufera antigiacobina, Giuntina, Firenze 1999, pp. 21-23). Sul caso pitiglianese, cfr. ID., La comunità
ebraica di Pitigliano, cit., pp. 73-76.

non avrebbe trovato in Toscana quel favore scontato da parte ebraica. La reazione all'acquisizione  dei  pieni  diritti  di  cittadino  fu,  a  
quanto  pare,  contenuta  e silenziosa in ragione dei pericoli che questa fulminea emancipazione comportava, mettendo a rischio una
consolidata tradizione di autogestione e di particolarismo ebraico.57
La quasi parificazione già concessa dai granduchi lorenesi fu sicuramente uno dei punti fondamentali alla base di questa scelta: Pietro
Leopoldo, in particolare, aveva dato avvio a un processo di graduale emancipazione, assicurando agli ebrei toscani  fondamentali  diritti,  
come  quello  di  cittadinanza  e  di  proprietà  (a Pitigliano abbiamo esempi eclatanti di questo contesto di apertura). 58
Ma  a  determinare  l'atteggiamento  di  prudenza  e  di  pacato  entusiasmo dimostrato dai maggiorenti della comunità ebraica fu anche la
constatazione del malcontento popolare e la paura concreta di rivolgimenti. A questa si aggiungeva il  dato  di  fatto  di  una  presenza  
francese  fragile  e  provvisoria,  che  lasciava presagire a una futura ritirata che avrebbe lasciato gli ebrei indifesi nelle mani dei reazionari.
Dunque, gli ebrei pitiglianesi non si esposero eccessivamente, seguendo in ciò la tendenza generale del paese; si mantennero fedeli al
granduca, scegliendo prudentemente la via della continuità con il riformismo illuminato, più morbido, più accettato dalla comunità cristiana, ma
anche più rispettoso delle esigenze di autonomia ebraica. Nella maggior parte dei casi, anche gli ebrei (come i cristiani) considerarono come
estranea e pericolosa l'energica proposta di rigenerazione dei francesi.
Non  mancarono,  tuttavia,  gli  episodi  di  entusiasmo  repubblicano  e  le



57 Tuttavia, secondo Carlo Mangio, da parte ebraica il consenso ai francesi fu esteso, anche se mai unanime, cfr. MANGIO, I patrioti toscani,
cit., pp. 260-64. Vedasi anche TURI, Viva Maria, cit., pp. 224-228, in cui si avanza l'ipotesi che “all'origine dell'odio popolare nei confronti degli
ebrei 'giacobini' manifestatosi durante l'insorgenza vi fosse, oltre alla secolare avversione per uomini di religione diversa e comunemente
ritenuti, nel loro insieme, ricchi, anche il fatto che nelle file repubblicane si trovarono in posti di responsabilità proprio gli ebrei di condizione
economica e sociale elevata”. Sulla questione della prima emancipazione ebraica, vedasi A. MILANO, Storia degli ebrei in Italia, Einaudi,
Torino 1963, pp. 342-351; R. DE FELICE, Per una storia del problema ebraico in Italia alla fine del secolo XVIII. La prima emancipazione
(1792-1814), in ID., Italia giacobina, cit., pp. 317-396.
58 Per questa ipotesi cfr. SALVADORI, 1799, cit., pp. 13-14, 70; ID., La condizione giuridica, cit.

esternazioni di dissenso nei confronti del vecchio sistema. Tra gli accusati per opinione si segnalarono David Servi e Leone Moscati (detto
“l'ebreo  romano”), oltre al figlio del Camerino, Vitale. Anche diversi capifamiglia delle casate dei mercanti Servi e Sadun, persone di età
avanzata (tra i sessanta e i settanta anni), sospettati di contatti con i francesi, finirono per subire provvisoriamente carcerazioni e
incriminazioni.59 Ma i filo-rivoluzionari dichiarati in seno alla comunità furono una decisa minoranza, tra l'altro severamente marginalizzata dai
dirigenti ebraici, in accordo con le autorità del regime granducale.
L'unica  figura  vicina  ai  francesi  fu,  con  ogni  probabilità,  il  sopraccitato Abramo Camerino, un commerciante quarantenne, più volte
descritto come “il più sfacciato giacobinaccio” del paese e noto a tutti per il suo “pessimo carattere repubblicano”. Di lui si dice ancora che
dimostrasse la sua inclinazione per il partito  francese  tanto  “nel  vestire”  quanto  “nel  parlare”, 60  giudizio  che  viene confermato anche
da alcuni suoi correligionari.61  Un evento in particolare ad esso legato dovette restare nella memoria dei compaesani cristiani, creando il
pretesto per le successive violenze contro il ghetto. L'episodio in questione avvenne una notte di aprile lungo la Strada di Sotto: Abramo
Camerino e Leone Moscati, accompagnati   da   due   illustri   delegati   francesi,   si   posero   a   cantare   la “Carmagnola”, la nota canzone
rivoluzionaria. L'episodio fu di una gravità tale da muovere all'intervento alcuni paesani: il gruppetto fu assalito da ignoti all'altezza del ghetto
(il Moscati ne riportò una ferita grave).62
Tra  gli  ebrei  si  manifestarono  anche  alcuni  atteggiamenti  di  rivalsa  nei confronti dei cristiani, ma furono davvero minimi: anche qui si
registra il solo caso sospetto di Abramo Camerino, che durante l'occupazione francese avrebbe cercato di far fucilare un suo nemico, un
certo Pacifico Ruggieri, ex soldato del Reggimento toscano.63
59 Vedasi,   ad   esempio,   ACP,   Processo   della   Rivoluzione,   filza   seconda,   1409r-1413v
(testimonianza di Abramo Servi).
60 ASF, Suprema Deputazione del Governo Provvisorio di Arezzo per S.A.R., filza 5, 538rv (nota dei detenuti ebrei).
61 Vedasi,  ad  esempio,  la  testimonianza  di  Angiolo  Bemporad,  in  ACP,  Processo  della
Rivoluzione, filza seconda, 1365v-1372v.
62 ASG, Commissario 1799, 392rv.
63 ACP, Processo della Rivoluzione di Arezzo dell'Anno 1799, filza seconda, 134r (testimonianza di Pacifico Ruggeri, copia dal Tribunale di
Siena).

Come sottolineato da Roberto G. Salvadori, nonostante la generale prudenza mostrata dalla comunità ebraica, anche a Pitigliano si
verificarono diversi episodi di rivolta e di violenza che ebbero come obiettivo l’aggressione al ghetto, ritenuto un covo di filo-francesi. Va
tuttavia sottolineato che i propositi di violenza antiebraica sembrarono qui perdere gli accenti pseudo-religiosi, per divenire in prevalenza mire
di saccheggio e di rapina.64
In  aggiunta,  l’esito  dei  tumulti  pitiglianesi  ha  dato  conferma  di  un  altro concreto cambiamento di orizzonte: come rilevato da Salvadori,
un’élite paesana si fece portatrice, in più di un’occasione, di posizioni solidali e tolleranti, esprimendo un’attitudine protezionistica in difesa dei
compaesani ebrei, ed attivando in paese un'importante interazione.65  Uno degli eventi rivelatori fu la sommossa popolare della “Notte degli
Orvietani” (in data 7 luglio 1799), in cui una parte influente del paese prese le difese della comunità ebraica, minacciata da una truppa
forestiera di insorgenti, provocando un tumulto popolare di notevoli dimensioni. Questa attitudine vincolistica, che rimane un tratto
caratterizzante e specifico dei generali rapporti di solidarietà tra cristiani ed ebrei a Pitigliano, risvegliò la coesione interna nel corso del
1799.66




7. La febbre antigiacobina e gli effetti della repressione

Durante la reazione del “Viva Maria”, anche i soggetti più noti in paese per i loro ideali democratici dovettero soffrire maltrattamenti e
aggressioni, furti e distruzioni, carcerazioni e condanne arbitrarie. Nel corso dell'estate del 1799, ancor prima della repressione granducale,
l'avversione popolare, in un clima di esasperazione e di estrema tensione sociale, si accanì ripetutamente contro queste figure  di  rottura,  
che  avevano  suscitato  tanto  scandalo  con  la  loro  “sfacciata

64 Il Salvadori parla, a proposito, di jacqueries o insurgenze per fame. Su quanto avvenuto a Pitigliano nel 1799, cfr. R.G. SALVADORI, La
Notte della Rivoluzione e la Notte degli Orvietani. Gli ebrei di Pitigliano e i moti del Viva Maria, Comune di Pitigliano 1999.
65 Cfr.  SALVADORI, La  comunità  ebraica  di  Pitigliano,  cit.,  pp.  73-76;  ID.,  La  Notte  della
Rivoluzione, cit., pp. 31-48.
66 Una memoria ebraica degli eventi del 1799 pone particolare accento su questo aspetto della solidarietà cristiana, cfr. F. SERVI, Cenni
storici sui moti rivoluzionari del 1799 in Pitigliano, in
«L’Educatore Israelita», XIV (1866), pp. 44-48, 106-109, 132-136, 193-195, 230-235.

partitanza”. I protagonisti della stagione repubblicana del 1799 ebbero così la sventura di servir da capro espiatorio per la rabbia e la miseria
generali. Molti di loro furono radiati dai loro impieghi pubblici e professionali, furono privati delle loro proprietà e nel giro di pochi mesi furono
ridotti al lastrico, tanto da dover richiedere il sussidio di povertà.67
A partire da settembre, le misure repressive messe in atto dal regime restaurato iniziarono a prevedere contro di loro il carcere duro e la
tortura. Nei primi mesi del 1800, per alcuni imputati per massime politiche arrivarono provvedimenti di esilio, condanne ai lavori forzati,
spedizioni al servizio militare a scopo correzionale.68  Basti citare qui il caso del “detenuto Pietr’Antonio Ciacci, condannato per massime
politiche in 6 mesi di carcere e all’esilio dal Gran Ducato”, il quale “la mattina de 22 detto [marzo 1800] fu esposto a un'ora di gogna” e “a
seconda degl’ordini fu accompagnato a Grosseto per sottoporlo alla disciplina militare”.69
La caccia al “giacobino” giunse a travolgere anche altri soggetti, spesso figure secondarie, se non marginali, del contesto sociale dell'epoca.
A suscitare i sospetti delle forze dell'ordine bastarono talvolta certi comportamenti esteriori, come nel caso di alcuni individui della borghesia
cristiana ed ebraica che portavano capelli e abiti “alla francese”, o come nel caso di alcuni abitués del caffè, che mostravano fervido interesse
per giornali e gazzette ed erano in stretta amicizia con il postino (fonte di notizie di prima mano). Bastò una “pratica scandalosa” extra-
matrimoniale, o un qualsiasi contegno inopportuno e perciò sospettoso.70
Le preoccupazioni della polizia si concentrarono però maggiormente sui cosiddetti “rei di proposizioni sediziose”, accusati di tenere
comportamenti armigeri, rissosi, nei ritrovi notturni, presso le bettole del paese. Si trattava anche qui,  il  più  delle  volte,  di  manifestazioni  
di  una  generica  insofferenza,  tipica
67 Cfr. ACP, Deliberazioni del Consiglio 1799-1802, anno 1800 e 1801, passim.
68 Sulla repressione dei patrioti, cfr. ZOBI, Storia civile, cit., III, pp. 386-387; MANGIO, La polizia toscana, cit., pp. 167-176; ID., I patrioti
toscani, cit., pp. 301-315.
69 ASG, Commissario della Provincia Inferiore Senese. Anno 1800, 192r-93v (rapporto Falconi,
28 marzo 1800). Il Ciacci non lasciò però per molto Pitigliano, perché “ritrovatolo impotente, fu ordinato riaccompagnarsi in queste carceri”.
70 Vedasi, ad esempio, il caso del dottor Francesco Braca, accusato di giacobinismo per via di una
“soverchia inclinazione per le femmine”, cfr. ACP, Protocollo di Polizia e di Buon Governo, passim.

soprattutto delle giovani generazioni, accentuata dalla contingente crisi economica che   lasciava   molti   ragazzi   senza   lavoro.   
Ciononostante,   insubordinati   e disoccupati furono ritenuti personaggi pericolosi per l'ordine pubblico: la loro presunta fama di
“macchinatori” e “sussurranti” era motivo di preoccupazione a tal punto da far mettere in moto anche contro di loro la dura repressione del
regime. Molti giovani tra i diciotto e i vent'anni furono così coinvolti nel provvedimento granducale relativo ai cosiddetti “discoli”; lo scopo del
provvedimento non era in realtà quello di recuperare soggetti improduttivi e dannosi per la società, quanto piuttosto quello di ripulire città e
campagne delle figure del malcontento sociale, punendole con l'esilio, condannandole ai lavori forzati o irreggimentandole nelle truppe
imperiali austriache. 71
Nel periodo reazionario, la denominazione di “giacobino” fu sfruttata nuovamente al fine di creare un clima di sospetti nei confronti di certi
esponenti del  ceto  borghese  emergente  e  culturalmente  più  privilegiato,  sospettati  di adesione alle idee francesi. La taglia posta dalla
repressione granducale arrivò a travolgere addirittura giovani totalmente slegati da qualsiasi gruppo sovversivo o filo-francese, che si videro
incriminati per una presunta inclinazione intellettuale, per un contegno inappropriato, o per qualche episodio occasionale che li aveva visti
momentaneamente compromettersi in favore degli occupanti.
Secondo il famoso giudizio retrospettivo dato da Francesco Maria Gianni, a finire  in carcere e sotto processo in quanto “giacobini”  furono
persino “certi ragazzi che imitavano le mode francesi, certe puttane che a caso vestivano di tre colori, certi oziosi di caffè che leggendo le
gazzette ammiravano la bravura dei soldati e la condotta dei generali francesi nelle battaglie che venivano raccontate, e finalmente certi pochi
filosofi che parlavano della Rivoluzione di Francia e delle massime francesi con i lumi della ragione instruita dalle Scienze...”. 72





71 Cfr. ACP, Protocollo d'Affari di Polizia e Buon Governo, n. 31 (affare relativo al discolato).
Vedasi anche C. MANGIO, La polizia toscana, cit., pp. 167-176.
72 Il  famoso  brano  è  riportato  integralmente  in  F.  DIAZ,  Francesco  Maria  Gianni.  Dalla burocrazia alla politica sotto Pietro Leopoldo di
Toscana, Ricciardi, Milano-Napoli 1966, p.
365.

Conclusioni

In sintesi, il periodo della prima occupazione francese ci restituisce l'immagine di una Pitigliano divisa, impaurita e disorientata davanti alla
caduta dei Lorena e all'instaurazione  del  nuovo  sistema  di  governo  repubblicano.  La  maggioranza della popolazione vive la presenza dei
francesi con profondo senso di angoscia, disorientamento e paura, nel presagio di un rovesciamento dell'ordine delle cose, di  un  tragico   
tramonto  di  una  tradizione  antica.   La  paura  della  rottura rivoluzionaria prima e i soprusi operati dalle forze occupanti poi creano anche a
Pitigliano, terra derubata e offesa, una tensione mista a odio e paura che si rivolge via via contro i francesi e contro i loro sostenitori locali.
Come abbiamo visto, il contesto di influenza democratica che si sviluppa nei primi mesi della primavera del 1799 gode di un'esigua
rappresentanza, fortemente minoritaria, che viene presto frenata dal moderatismo francese. I “giacobini” pitiglianesi rimangono attivi solo sul
piano delle velleità verbali, facendosi protagonisti di una serie di espressioni “sfacciate” contro il trono e l'altare.  Il rapido sgretolarsi della
situazione in Toscana assume anche a Pitigliano carattere di reazione e, sulla spinta del “Viva Maria” aretino, porterà allo scoppio di una
“Rivoluzione” popolare il 16 giugno 1799, dagli accenti fortemente antigiacobini.
Forme di riluttanza e di contrarietà alla “libertà francese”, per come è stata attuata in Toscana, maturano (anche in seno allo stesso
movimento democratico) già nel corso dell'occupazione militare. La concezione di rigenerazione politica ed istituzionale promessa dai francesi
finisce per essere considerata illusoria, un mero pretesto  per  le  requisizioni. La  delusione per  la  pesante  occupazione  militare imposta
dai francesi spinge una parte dei “giacobini” della prima ora a un rapido voltafaccia; alcuni sono costretti a ritrattare in pubblico le proprie idee
per avere salva la vita.
Due fazioni politiche, espressione di due diverse concezioni della libertà e dell'uguaglianza, vengono a scontrarsi nella primavera del 1799.
Da una parte, la grande maggioranza dei lealisti, che professa profondi sentimenti antifrancesi e vede nel governo repubblicano il simbolo di
una libertà falsa ed empia, tanto contraria alle leggi sovrane di giustizia, quanto offensiva nei confronti della verità

della religione. Dall'altra, uno sparuto gruppo di democratici che invece aspetta di essere “liberato” e si dichiara pronto a cooperare con i
francesi per rigenerare la società toscana secondo i presupposti rivoluzionari. Ebrei e cristiani di Pitigliano attraversano questi due gruppi su
posizioni di volta in volta diverse.
La condizione ebraica ci sembra, d'altro canto, paradigmatica del contesto di fine secolo, in quanto mostra in tutto il suo dramma il dilemma
vissuto nel 1799 e il contesto di forte divisione politica prodottosi all'interno del borgo maremmano. La maggioranza degli ebrei pitiglianesi si
dichiara fedele al Granduca, adottando un atteggiamento prudente e contenuto, mentre solo una stretta minoranza nutre apertamente
speranze di un cambiamento in senso democratico (abbiamo visto come il solo caso evidente sia quello di Abramo Camerino, che pagherà
con la vita quel suo carattere di “sfacciato giacobino”).
In conclusione, è significativo notare come diversi individui, benché in assenza di prove, siano stati fatti oggetto di indagini e sospettati di
essersi lasciati andare occasionalmente   a   discorsi   infuocati,   inneggiando   alle   idee   di   libertà   e uguaglianza francesi. Questo indizio
farebbe intravedere l'ombra di una rappresentanza filo-democratica più vasta, ma purtroppo rimasta invisibile nelle fonti. Muovendosi con
accortezza e grazie ad appoggi e protezioni particolari, più di uno sarebbe riuscito a sfuggire alla macchina infernale della repressione
antigiacobina. Un caso tra tanti potrebbe essere quello del ricco e influente mercante Angelo Sadun, il quale “quando entrò la Repubblica al
governo della Toscana,  dichiarò che era finito  il tempo dei  regnanti  e d’ingoiare i bocconi amari”.73




* DAVIDE MANO è dottorando presso la Graduate School of Historical Studies, Tel-Aviv University.










73 ASF, Suprema Deputazione del Governo Provvisorio di Arezzo per S.A.R., filza 5, 538r.